The Smashing Pumpkins Net Point

Main Page - News - Testi - Interviste - Faqs - Immagini - Tour Info - Discografia - Mp3Bootlegs - Tabs - Covermania - Radio
COG - Ipse Dixit - Band History - Biografie - Links - WebringsMailing List - ICQ - Quiz - Poetry - Forum -Trade - Chat - Guestbook

 

 
 

RACCONTO DEL DAMMA
Di Violetta
(violetta11@virgilio.i)


Quando sei senza orologio le giornate non passano mai, guardi fuori, neve e rami di vento, qualche rumore, nient’altro. Non scorre sempre nello stesso modo, è strano. Quando scrivi non sai mai quello che uscirà fuori ma è un poco come guardarsi ad uno specchio senza preoccuparsi se gli altri vedano; è proprio così una finestra per guardare dentro, libero; adesso invece non ci sono sicurezze regole solo una causa: l’estrema incapacità di fare finta che vada tutto bene. La noia è in affanno, disintegrazione, il perché di questi segni.
Tutto comincia per caso la gente le case gli alberi e poi dei campi d’erba alta di fiori viola sui quali correre infinitamente, dopo ti guardi e sei solo stanca e ancora sola e sai che è tutto uguale non cambia niente non c’è nulla da cambiare, noi stessi, forse…e chi può dirlo. Mischi il giallo e il verde salta fuori il blu: lo vedi che nel turbinio del miscuglio nasce da tutte le altre particelle dei vecchi colori che s'incontrano poi si incollano e non le conosci più alla fine.
Questo è come crescere: tu sei il colore primario che s'incontra si mischia ad altri, alla fine non ti ci sei più a riconoscere. Queste e altre cose si pensano di fronte alla finestra di un cielo piantato di nuvole qua e là come le vigne di questa parti dove trovi qua e lì, senza ordine, ammuffiti ulivi. Mi chiedo veramente se ci sia un programma o un equilibrio sotto tutte le cose, ci provo veramente ma più passa il tempo e non ci riesco affatto; perché andiamo avanti, dove?
Forse sarà l'amore o che altro, ho pensato a lungo la vittoria del successo non mi è mai sembrata tale cosi ho trovato, ascoltando la mia voce, quello che potrebbe esistere veramente lo sento come una luce o una cosa strana immensa da far paura come quando piccolo il bambino si perde in un bosco sente le voci dei grandi ma non sa vederli, allora piange. Alla fine ecco quello che sono riuscita a capire l'importante non è diventare ma essere qualche cosa, io sono….è bello guardare le nuvole che si stendono sopra, allo stesso modo vorrei stendere i miei pensieri agli altri. Se racconto di uno che voleva avere se stesso allora dico di me.

Arahant, che in lingua pali indica la liberazione da tutti i condizionamenti mentali, era solo, seduto in una stanza larga e vuota come la mente dello sveglio al mattino. Pensava a come poter aprire la finestra che dava presumibilmente sul giardino, comunque Arahant non poteva esserne certo visto che non era mai stato in grado di spostare quella pesante tenda nera di velluto manipolare la maniglia scostare le persiane aprire il vetro guardare giù, doveva fare un sacco di cose pensava. Decise di fare un giro quella notte così si alzò dal pavimento disteso, dove trascorreva gran parte della sua esistenza, indossò le prime cose che trovò sulla sola sedia che aveva, tutti i suoi indumenti si somigliavano perché erano suoi: strani densi dei suoi pensieri; si bucò il naso e uscì dalla porta, in un attimo era dentro la strada.
Arahant vedeva tanti oggetti lì dietro quella lastra di vetro illuminata, li si poteva avere dando in cambio qualche altra cosa ma restare a guardare delle cose che non avevano vita, e anche magari poterle fare proprie, che gioia potevano provocare; esaminò i suoi pensieri poi le sue tasche e concluse che non era importante; meglio sarebbe stato capire il meccanismo della finestra. Scomparì da lì coi piedi. Quella ragazza gli sorrise con dolcezza chi poteva mai essere? Quando poi lo salutò Arahant finalmente si ricordò: "Anicca ti trovo bene" "li dietro c'è qualcosa" "andiamo a vedere qualcosa".
Anicca vuol dire in lingua pali impermanenza ma come tale è una delle tre fondamenta dei fenomeni. Arahant lo sapeva già ma la seguì lo stesso, preso per mano lo portò sulle mura di un castello verticale sulla cima della montagna più alta della città i muri polverosi l'odore fresco di erba e di vecchio, ciottoli appuntiti e cavità d'ombra dove nascondersi dal sole di primavera. "Siamo qui" dissero entrambi con gli occhi ma erano di soffio, volarono per poco ma lì i loro capelli abbracciati erano infinità. Quando Arahant si ridesto gridò forte "siamo qui" ma c'era solo polvere illuminata da una fessura della trave, l'eco soltanto rimbombò tra le mura e gli tornò freddo nelle orecchie. Era passata non poteva restare li per molto. La brezza della sera disegnava il viso albeggiava di sole e di bianco il mattino la notte la sera e poi l'alba strano il giorno, pensò.