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WAKENINGS
Di Skui
(skui@katamail.com)

 

Anche stamattina a farmi compagnia durante la colazione è MTV. Il tosco sole raggiante fuori dalle finestre dell’appartamento meriterebbe qualcosa di meglio di questo video con gorilla danzanti tra le lapidi. Continuo a girare il caffè bollente. Chiudo gli occhi, mi sforzo, desidero con tutta me stessa. Ma li riapro e loro sono sempre lì con l’aria tetra a ballare sul ritmo sincopato. Meglio abbassare lo sguardo, perdermi nelle spirali che si formano nella tazzina. « Viola! » sento una vocina che mi chiama. Alzo di scatto la testa ma nel video solo primati ballerini e sono sicura che la casa è vuota. Sono proprio messa male, già le allucinazioni uditive... Riporto lo sguardo alla tazza, ma il riflesso non è il mio: un visino di bimbo mi guarda e mi fa l’occhiolino. « Viola! » alzo la testa verso il soffitto con la bocca aperta, rapita e meravigliata. Lui mi sorride e comincia a svolazzare intorno al lampadario, dapprima piano poi accelerando e arzigogolando le traiettorie. Passa velocissimo vicino alla tele, la spinge e la spegne. Mi passa rasente, mi alzo e mi appoggio al muro mentre la mia testa segue le sue acrobazie aeree. Ad un certo punto si ferma proprio davanti al mio viso, mi sorride e mi bacia sulla fronte. Rimane così a mezz’aria, fluttuante per un secondo e poi via! Ancora un paio di giri intorno al lampadario e poi fuori dalla finestra aperta. Non ho tempo di finire la colazione, non posso stare a truccarmi prima di uscire. Apro la porta, la sbatto dietro me e scendo le scale tre alla volta. Lui è li, fuori dal palazzo, che continua a librarsi in traiettorie concentriche. Mi stava aspettando.
Si abbassa un po’, mi guarda fisso, mi sorride ancora e parte a razzo. Io prendo al volo la bicicletta e mi lancio nell’inseguimento. Non posso perderlo ora che l’ho trovato! La mia vecchia bici sfreccia in mezzo alle vecchiette con le buste del mercato. Lui viaggia con un moto incostante: parte velocissimo ma poi rallenta, quasi a permettermi di raggiungerlo. Pedalo con tutti i denti in mostra da una bocca finalmente felice. Accelero, accelero. Lo seguo mentre dall’alto esegue repentini cambi di direzione. Un pavé in discesa, che mi porta proprio sul lungarno, mi permette di riprendere un po’ di fiato. Lui continua nella sua corsa verso una direzione a me ignota. Qui la massa di turisti mi costringe a manovre avventate; devo essere precisa se non voglio finire nelle braccia di un simpatico japponesino. Schivo con maestria innata una scolaresca in fila indiana rischiando però di finire addosso ad un vigile. Un semaforo rosso e il vigile mi costringono a fermarmi. Maremma!
Alzo lo sguardo e non lo vedo più. Scruto col naso all’insù ma sembra svanito. Se non fosse stato per il semaforo di merda... Le macchine dietro me eseguono una sinfonia di clacson appena scatta il verde. Io, delusa, scendo dalla bici e la tiro sul marciapiede. Impossibile che sia stata così stupida a perderlo ora che era mio. Una nuvola solitaria nel cielo azzurrissimo copre il sole. Sento un battito d’ali dietro la testa e mi giro pensando che fosse un piccione da schivare. Altro che piccione: era ancora lui che mi stava aspettando! Salgo in sella e mi lancio ancora all’inseguimento. Svolto in piega verso il ponte che mi accingo ad attraversare. Stavolta non lo voglio perdere di vista: mi ha aspettato una volta, la seconda non so se lo rifarebbe. Adesso procede ad una velocità costante, elevata ma costante. Io cerco di accelerare quanto posso e di non staccargli lo sguardo di dosso per troppi secondi. Lui si abbassa di quota e si infila in una strada alla mia destra: lo seguo senza esitare. Adesso vola basso, rasente alle teste degli ignoti turisti ignoranti. Con lo sguardo fisso a lui mi accorgo, troppo tardi per schivarlo, di un gruppo di gente fermo a qualche metro da me intenti ad ascoltare un violino zingaro. « LARGO GENTEEEE! » urlo con tutto il fiato residuo. Le persone si girano e fanno un’espressione allibita misto paura. Vai Viola, vai! Si buttano come possono alle loro spalle mentre io passo proprio nel mezzo tra loro e il musico incurante, senza mietere vittime. Rischio tutto ma non lo devo perdere. Adesso di sicuro mi staranno dando della pazza incosciente. Se solo sapessero... Mi fa girare per le stradine facendomi seguire un percorso confuso che non so dove mi porterà. Passa a qualche centimetro dalla criniera di un cavallo fermo con la sua carrozza stile antico. Alla fine della stradina si apre trionfale la piazza. Lui si alza di quota e comincia a volare intorno alla torre pendula e ai suoi due soci. Capisco che era qui che mi voleva portare. La folla sembra non degnarlo di uno sguardo mentre lui esegue voli stupefacenti.
Io scendo di bici vicino al prato solcabile, mi porto nel mezzo di questo e mi lascio cadere a terra a gambe incrociate. Sudata e sfinita lo seguo nei suoi giri felici a qualche metro dai tetti. Compie un giro completo del perimetro della piazza, seguendo le mura, e poi si porta nel centro. L’erba è fresca, sento il bisogno di sdraiarmi. Appoggio la schiena a terra e continuo a fissarlo mentre compie svariati giri della morte proprio sopra la mia testa. La nuvola che poco fa voleva farsi protagonista davanti al sole è ormai lontana: sopra di me solo azzurro e luce. Lui continua i suoi fantastici avvitamenti. Porto le mani dietro le testa e faccio un bel respiro quando vedo avvicinarsi a me un’ombra. Mi si porta proprio davanti, con le spalle al sole che mi acceca e non mi fa distinguere i lineamenti. Mi distrae dallo spettacolo acrobatico. Rimane li ferma un po’ e poi si abbassa verso di me e mi prende la mano sinistra.

* * *

La prima cosa che penso dopo essere stato svegliato da uno squillare di trombe è Cosa ci fa un suonatore di trombe in casa mia? Ma poi penso subito che sia soltanto lo strascico di un sogno che stavo facendo e che già non mi ricordo più. La terza cosa che penso dopo aver sentito chiaramente un suonare di violini è Cosa ci fa un’orchestra in casa mia? Penso che potrebbe esserci una banda proprio sotto casa, anche se il suono forse era troppo forte e violento per provenire dall’esterno. Subito dopo sento scuotermi. Apro gli occhi di soprassalto, dato che vivo da solo e nessun altro ha le chiavi di casa. Ma guardandomi intorno non vedo nessuno: che stia ancora sognando?
Ormai sono sveglio. Faccio per alzarmi mettendomi seduto a lato del letto e finalmente vedo chi mi aveva scosso. Sembra abbia un’aria particolarmente annoiata o impaziente: braccia conserte, le alette che sbattono nervosamente ed espressione seria sul suo viso di bimba. « Muoviti! » mi grida ancora prima che mi sia infilato le ciabatte. È la prima volta che la vedo, coi suoi riccioli biondi, alta neanche mezzo metro, ma la sua fretta non mi piace e soprattutto non si addice al mio stato d’animo odierno. Si alza a qualche centimetro da terra, come se niente fosse, apre il mio armadio e comincia a rovistare nei miei vestiti a una velocità incredibile. Io rimango, immobile e svogliato, in piedi in mezzo alla stanza. Mi lancia addosso pantaloni, maglietta e felpa e mi grida di nuovo «Muoviti! ».
Mentre io mi vesto senza troppa fretta lei svolazza nell’altra stanza, dalla quale sento arrivare rumore come se stesse continuando a cercare qualcosa. Torna da me con un paio di scarpe che mi infilo subito. Rimaniamo a guardarci in faccia per un po’, gli occhi sono azzurri, lei si avvicina fluttuante e mi soffia in faccia. Il suo dolce alito mi rinfresca come se avessi fatto una doccia. Mi sorride, mi prende per un braccio e mi tira verso l’uscita. « Si può sapere dove mi vuoi portare e perché? » le chiedo mentre mi spinge giù dalle scale. « Zitto e sbrigati! » mi risponde lei secca mentre ormai siamo già fuori. La luce del sole, potente come non mai, mi sconvolge un po’ e mi fermo a stropicciarmi gli occhi che ancora non si sono abituati. Lei mi lancia un’occhiata fulminante, mi acchiappa per la felpa e continua a tirarmi. Vorrebbe che corressi ma non ci riesco. Sento come se la tristezza che da mesi mi circola nelle vene si fosse coagulata in piombo proprio nelle mie gambe, pesanti e lente. Anche se il cielo è azzurro, i raggi del sole si divertono a riflettessi sui vetri delle finestre, anche se l’aria ha un profumo particolare e la mia amica volante speciale sembra portarmi verso una possibilità di vita nuova. Non so neanche se vorrei davvero i cambiamenti, innamorato della mia malincònia. Ma lei è testarda, non la smette di incalzarmi in questa camminata. Tirandomi mi porta sul Ponte Di Mezzo. Da qui si può vedere lo scorrere lento e pigro dell’acqua che mi ricorda il mio e quello della città. Vorrei fermarmi per riflettere un po’ su questo fulminante pensiero ma non me lo concede. Quasi mi trascina in piazza Garibaldi che mi ricorda la mia adolescenza. Sono tentato anche qui di fermarmi ma neanche ci provo. Sono mesi che non faccio più un giro per il centro, rinchiuso nella timidezza di quel qualcosa che si è infranto ma che cerco continuamente di riformare. Mi guardo intorno e scopro particolari che non ricordavo o che non avevo mai notato, ma la ricciolina non mi lascia prendere fiato. Non riesco a capire la sua fretta e non so dove mi sta portando.
Non so neanche perché non la lascio perdere dato che è da quando mi sono svegliato che mi costringe a seguirla e a fare cose contro la mia voglia. Vedo un gruppo di gente affollata attorno ad un suonatore di violino. Ma si, che la smetta di comandarmi, di tirarmi come un pazzo; mi fermo a sentire! Do uno strattone alla manica che mi sta tirando e le faccio perdere la presa. Mi avvicino al suonatore, impegnato in una sinfonia romanticamente allegra e pesante allo stesso tempo. La gente lo ascolta rapita e contenta come me. Io cerco di avvicinarmi di più, mi porto proprio in prima fila quando ritorna la bimba dalle guance paffute che mi acchiappa dal bavero della maglia e mi spinge indietro, lanciandomi un’occhiata da pugile. La gente non la nota: non so se perché sono impegnati nell’ascolto o perché lei esiste solo per me. Mi spinge all’indietro tra la gente e mi fissa. Alle sue spalle sento un urlo e vedo tutta la gente spostarsi di colpo all’indietro a schivare qualcosa che non riesco a vedere e che passa tra loro e il suonatore. Subito dopo sento della frasi provenienti dal gruppetto di gente che suona tipo « Ma quella si è ammattita! » Lei sembra molto infastidita e caparbia. Mi lascio vincere e la seguo mentre non molla la presa dal mio colletto. Dopo un po’ arriviamo in piazza Duomo, gremita di turisti che guardano in alto a bocca aperta oppure scattano la solita fotografia in cui si finge di tenere in piedi il torrone. Ha vinto lei, per oggi farò tutto quello che lei mi porterà a fare. Il sole illumina i monumenti che splendono bianchi di marmo. Ma la bimba mi tira nella direzione opposta, verso il prato dietro il battistero.
In mezzo al prato una figura è sdraiata a terra di fianco a una bicicletta. Guarda il cielo e sembra muovere la testa come a seguire il volo di una mosca sopra di lei. La mia amica mi tira proprio in quella direzione, sempre più vicino a lei. Non mi fermo a pensare a quello che sta succedendo, ormai sono succube delle decisioni della ricciolina. Mi porta proprio davanti a lei, che mi nota e mi guarda strizzando gli occhi, accecata dal sole alle mie spalle. La mia amica mi fa accosciare, porta la mia mano vicino a quella della ragazza e mi mettere una penna nell’altra mano. Invece che guardare la ragazza io continuo a seguire i movimenti che la piccola mi costringe a eseguire.
Vedo la mia mano con la penna in pugno scrivere delle frasi sulla mano della ragazza. Speak to me in a language I can hear ~ Humour me before I have to go… La mia mano continua a scrivere parole dettate dalla volontà della bimba, parole fantastiche che non avevo mai letto ne pensato. A un certo punto la ricciolina si ferma, lascia la mia mano, mi fa l’occhiolino, sorride e spicca il volo con un salto da gazzella. Io mi giro e finalmente guardo il viso della ragazza: dell’alto di un superbo nasino due occhi color cacao rapivano magneticamente l’attenzione dalla fronte liscia e dai corvini capelli fini e morbidi di seta. Si riesce a sentire l’essenza della sua pelle senza bisogno di avvicinarsi. Ci guardiamo per qualche momento di impossibile durata eterna e la sua bocca si scopre in uno sfarzo di denti e felicità.

* * *

« Allora il tuo compito com’è stato? »
« Straziante! Quel ragazzo non ne voleva sapere di muoversi... e tu, caro, come te la sei cavata? »
« Non mi lamento, l’ho fatta scorrazzare un po’ in giro per i vicoli per perdere tempo. Già prevedevo la riluttanza del tuo amico! »
« A te sempre il compito più facile... Ma secondo te il nostro lavoro com’è stato? Dici che abbiamo raggiunto lo scopo? »
« La mia esperienza secolare mi porta a dire di si. E infatti, guarda già il suo sorriso. Andiamo a vedere da vicino se abbiamo fatto centro? »
« Andiamo! » i due da sopra le mura si alzano in volo e si vanno a posare sulle spalle dei rispettivi amici.
« Sempre i soliti discorsi inutili. Allora, controlliamo negli occhi e vediamo se... »
« Direi proprio che ce l’abbiamo fatta! Si vede distintamente la fiammella in entrambi gli occhi! E negli occhi del tuo amico?»
« Ogni fiamma è al suo posto. Era il più difficile da convincere ma ce l’abbiamo fatta. »
« Direi che possiamo anche andare! »
« Si, ma prima che ne diresti di un bel volo panoramico sulla piazza? »
« Va bene ma senza dare nell’occhio.. »
« Ma chi vuoi che ci veda?? » I due alzarono la testa al cielo e si riguardarono in faccia.« Hai ragione, c’è chi ci vede.. Dai andiamo! »
« Proprio un lavoro ben fatto, sono fiero di noi! »
« Addio ragazzi, addio amanti »